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Oltre a questo giochino è interessante cogliere che il grado di confusione e di anestesia in cui siamo immersi, ci rende come ubriachi, mentre pensiamo che la nostra coscienza è lì ancora bella e linda come mamma l'ha fatta.
Al direttore - Sono stato colpito da una battuta arguta con la quale Lei concludeva il suo intervento in un dialogo avuto recentemente con il cardinale Carlo Caffarra e pubblicato sabato 6 giugno scorso sul Foglio. Rifacendosi alla famosa lettera di John Henry Newman al Duca di Norfolk (nella quale si legge: "Se io dovessi sottoporre la religione ad un brindisi, cosa che peraltro non è commendevole da farsi, io brinderei al Papa, ma prima alla mia coscienza e poi al Papa"), Lei non teme di affermare che, se oggi il cardinale Newman dovesse riscrivere la sua lettera, si fermerebbe a "riflettere sul cattivo destino della coscienza contemporanea, e direbbe beffardo: "Brindo al Papa e poi, ma solo poi, alla mia coscienza". Ella lascia così intendere che verità morali, che per sé sono riconoscibili con la sola forza naturale della ragione umana, è solo per la luce che viene dalla presenza di una autorità morale che, oggi più, che mai, a causa del "cattivo destino della coscienza contemporanea", possono ancora essere affermate come tali. Del resto non è nuovo questo suo argomentare. Ricordo che l'anno scorso, sempre sulle pagine del suo quotidiano (Il Foglio, 22 gennaio 2008), rispondendo a Vito Mancuso che si rallegrava con lei perché stava conducendo sulla famosa moratoria dell'aborto una battaglia della ragione, di una ragione che non ha più bisogno della fede, anzi che deve sottoporre al suo giudizio critico ogni verità di fede, Ella ha preso coraggiosamente le distanze. Non negava di aver accumulato nella sua formazione razionale, "prima e al di fuori di un contatto col problema della fede", l'energia per sostenere guanto sosteneva a proposito di vita e di morte, di etica, dì politico e di diritto; ma riconosceva che "se non fossero successe alcune cose nel mondo e tra queste principalmente, la nuova koinè o cultura diffusa instaurata da lunghi anni di predicazione papale, da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, più incalzante ancora l'offensiva dei vescovi italiani", lei non sarebbe esistito neanche come banditore delle cose in cui credeva e che la sua sarebbe rimasta "una piccola testimonianza personale impotente", e forse addirittura "non avrebbe pensato quel che pensava, così come lo pensava". Questa sua posizione mi ha richiamato quella dì un mio illustre conterraneo, l'abate Nicola Spedalieri, un acuto apologeta del 700, che pur essendo aperto ai "lumi" di quel secolo, cosi ragionava per far comprendere questa verità. C'è nell'uomo storico un "vizio originario", che "poi sì accresce per altri vizi accidentali, che si vanno contraendo coll'età", per i quali di fatto noi uomini non siamo capaci di riconoscere verità razionalmente riconoscibili, a meno che qualcuno non ci aiuti a riconoscerle, per la bellezza che esse assumono alla sua presenza, e parlava della presenza cristiana. Ecco perché per quell'autore l'educazione della retta coscienza suppone la permanenza nella storia della presenza oggettiva di Cristo, come quella di un “'Tribunale vivo” cui fare continuamente riferimento: si tratta della chiesa. Nicola Spedalieri, dunque, oggi gli darebbe ragione quando lei afferma, che se Newman dovesse rifare un brindisi sulla religione, rovescerebbe quello che fece a suo tempo e direbbe: “Brindo al Papa e poi, ma solo poi, alla mia coscienza”. Lei, infatti, ben sa che - come affermava l’allora cardinale Ratzinger ne l'elogio della coscienza – “Il Papa non impone nulla dall'esterno”, ma contribuisce allo sviluppo della coscienza e la difende “tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale”. Pertanto “senza coscienza non ci sarebbe nessun papato”. Amichevolmente mi permetto di farle notare, e lo faccio con una cognizione che mi viene dall'interno delle cose, che questa è la posizione teoretica e pedagogica del movimento di Comunione e Liberazione e di chi lo guida. Se ne potrà rendere conto personalmente, se avrà la pazienza di leggere fino in fondo il libretto degli ultimi “Esercizi Spirituali”.
Francesco Ventorino