

Aggiornamento del post del 19/12/2006:
Alla lettera pubblicata dell'Associazione Hospitale è seguita il 20/12/2006 nella rubrica Posta/Risposta de La Stampa la replica di Lucia Annunziata, ne sono venuto in possesso solo ieri, è una risposta laica e rispettosa la segnalo volentieri:
"C'è molto bisogno di parole come le sue. Welby ha fatto una scelta politica perchè è un uomo con una testa politica, che ha - giustamente - fatto della sua malattia lo strumento estremo di una militanza. Appoggia con il suo gesto e il suo dolore una causa giusta: il diritto individuale a non essere tormentato dalla insostenibilità della scienza (perché, se di mezzo non ci fosse la scienza, Welby se ne sarebbe andato molto tempo fa).
Ma nello stesso capitolo c'è, come lei ricorda, anche chi convive fino in fondo con il proprio dolore. Accorciare la vita è una scelta estrema, molto più comune è dover vivere una vita ai limiti della sopportabilità.
Una vita che, come lei dice, rimane tuttavia vita. Con i suoi diritti, a partire da quelli di cure e solidarietà adeguate.
Vero: per queste vite sospese non si fanno veglie, ma - lo si vede da questo stesso scambio - il caso Welby ha alzato una cortina di insensibilità e ci sta facendo scoprire, e soprattutto discutere, quello che finora è stato un tabù. Tabù che, nella nostra società, non è la morte ma la malattia."