Due post affrontano un tema che è a me caro, quello della voracità, lo pensavo nei rapporti umani: ci si divora, lo pensavo nel modo di usare di noi e del tempo, qua si parla di altro, e ci tocca? : )
Metto i link per chi vuole leggere tutto.
Claudio Risé, da “Tempi”, 3 luglio 2008,
La lettrice ha una buona intuizione quando la definisce così: «Credo che questa dipendenza sia molto simile alla bulimia: è un divorare, una continua indigestione». Il punto è proprio questo: la pulsione a divorare, ingozzarsi, senza porsi alcun limite. Nozioni e dati, come fa la lettrice, ma anche molto altro: persone, cose, sostanze, denaro, come dimostra la sterminata lista delle dipendenze.
...
il vuoto che questa pulsione divorante tende a colmare, riempiendosi di cibo, di affetti, di sesso, di persone o di potere, ha in realtà un’altra natura. Ciò da cui noi diventiamo dipendenti, e dove lo cerchiamo (su internet o per strada), è determinato dalla storia personale e dalle circostanze. Il non amato cercherà conferme affettive, l’insicuro cercherà vagonate di nozioni, o di denaro… La fame, però, non si placa. Perché noi esseri umani abbiamo bisogno d’altro.
Abbiamo bisogno dell’Altro. Che incontriamo davvero quando riconosciamo (nel profondo, non solo intellettualmente, ma perché accettiamo di farne l’esperienza) il nostro limite, la nostra finitudine. È solo allora che la fame divorante si trasforma in tranquilla e dignitosa mendicità, nella disponibilità a ricevere sapendo che, tanto, abbiamo bisogno di tutto.
Solo allora smettiamo di essere vuoti e abbiamo fame solo di Chi ci può davvero riempire.

L'immagine è anche dedicata al mio micio.
Metto i link per chi vuole leggere tutto.
Claudio Risé, da “Tempi”, 3 luglio 2008,
Ci scrive una lettrice: «Di dipendenze da internet ce ne sono di tanti tipi, io vivo quella da eccesso di ricerca di informazioni. Non mi interessano i videogiochi, chat o altro. Ma di fronte a questo contenitore infinito di dati e notizie di ogni genere continuamente cerco, guardo, studio tutto quello che posso, tutto quello che non so – un universo di cose! Ho l’ansia di non sapere, di dover rincorrere qualcosa, non so bene che cosa, ma ho paura che mi scappi».
...La lettrice ha una buona intuizione quando la definisce così: «Credo che questa dipendenza sia molto simile alla bulimia: è un divorare, una continua indigestione». Il punto è proprio questo: la pulsione a divorare, ingozzarsi, senza porsi alcun limite. Nozioni e dati, come fa la lettrice, ma anche molto altro: persone, cose, sostanze, denaro, come dimostra la sterminata lista delle dipendenze.
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il vuoto che questa pulsione divorante tende a colmare, riempiendosi di cibo, di affetti, di sesso, di persone o di potere, ha in realtà un’altra natura. Ciò da cui noi diventiamo dipendenti, e dove lo cerchiamo (su internet o per strada), è determinato dalla storia personale e dalle circostanze. Il non amato cercherà conferme affettive, l’insicuro cercherà vagonate di nozioni, o di denaro… La fame, però, non si placa. Perché noi esseri umani abbiamo bisogno d’altro.
Abbiamo bisogno dell’Altro. Che incontriamo davvero quando riconosciamo (nel profondo, non solo intellettualmente, ma perché accettiamo di farne l’esperienza) il nostro limite, la nostra finitudine. È solo allora che la fame divorante si trasforma in tranquilla e dignitosa mendicità, nella disponibilità a ricevere sapendo che, tanto, abbiamo bisogno di tutto.
Solo allora smettiamo di essere vuoti e abbiamo fame solo di Chi ci può davvero riempire.
L'immagine è anche dedicata al mio micio.
Alla faccia del "Popolo dei mezzi litri d'acqua". Così recitò Fabrizi
Me pareva de sta su 'na montagna, e urlavo in un megafono spaziale: "Popolazione mia che campi male, accostate qua sotto che se magna" Poi come fussi er Re de la Cuccagna buttavo giù, pe' un'orgia generale, valanghe de spaghetti cor guanciale, ch'allagaveno tutta la campagna. E vedevo signori e poveretti, in uno sterminato affollamento a pecorone sopra li spaghetti. Quann'ecchete, dar cielo, sbuca Dio, co' un forchettone in mano e fa: "Un momento... Si permettete ce sto pure io"
Me pareva de sta su 'na montagna, e urlavo in un megafono spaziale: "Popolazione mia che campi male, accostate qua sotto che se magna" Poi come fussi er Re de la Cuccagna buttavo giù, pe' un'orgia generale, valanghe de spaghetti cor guanciale, ch'allagaveno tutta la campagna. E vedevo signori e poveretti, in uno sterminato affollamento a pecorone sopra li spaghetti. Quann'ecchete, dar cielo, sbuca Dio, co' un forchettone in mano e fa: "Un momento... Si permettete ce sto pure io"











